Apologia delle Sentinelle in Piedi

Prima di entrare nel merito voglio fare una premessa per tutti coloro che non saranno d’accordo con quello che ho scritto, per evitare discussioni inutili e spiacevoli fraintendimenti. Questo documento contiene quella che è stata la mia esperienza circa la genesi e lo sviluppo delle Sentinelle in Piedi. Dato che sono un testimone diretto di quello che scrivo, considero inutili e fuori luogo contestazioni riguardanti l’esperienza. Contra factum non valet argumentum. Per il resto mi affido al seguente testo di Platone come indicazione di metodo per eventuali commenti e risposte. 

“A che genere di uomini appartengo? A quello di chi prova piacere nell’essere confutato, se dice cosa non vera, e nel confutare, se qualcuno non dice il vero, e che, senza dubbio, accetta d’esser confutato con un piacere non minore di quello che prova confutando. Infatti, io ritengo che l’esser confutati sia un bene maggiore, nel senso che è meglio essere liberati dal male più grande piuttosto che liberarne altri. Niente, difatti, è per l’uomo un male tanto grande quanto una falsa opinione sulle questioni di cui ora stiamo discutendo. Se dunque anche tu sostieni di essere un uomo di questo genere, discutiamo pure; altrimenti, se credi sia meglio smettere, lasciamo perdere e chiudiamo il discorso.” (Gorgia, Platone)

Responsabilità

Il Novecento è stato il secolo in cui ha trionfato la burocrazia. Mi riferisco ai regimi totalitari ma anche allo Stato contemporaneo. In passato mi sono interrogato personalmente su come sia stato possibile, ad esempio, il programma di eutanasia nazista Aktion T4 (https://it.wikipedia.org/wiki/Aktion_T4). Come è possibile giustificare un’organizzazione che uccide bambini e disabili? Come si giustifica quello che è stato fatto non come organizzazione, non come ente, ma come singole persone? Uno dei punti di vista mi sembra quello della burocrazia

Faccio una descrizione schematica giusto per chiarire il concetto che mi interessa. Non pretendo di essere preciso circa la procedura. 

  • Un medico faceva una perizia sulla salute di una persona
  • In base alla perizia un funzionario statale ho una commissione esaminava il caso e decideva per il ricovero o meno
  • Un autista passava a ritirare il paziente per portarlo nel luogo del ricovero
  • Per varie settimane un gruppo di infermieri organizzato sui vari turni come in qualsiasi ospedale si occupava del paziente
  • Altrettanto facevano i medici incaricati di constatare lo stato di salute sempre in via di peggioramento dei pazienti, data la dieta volutamente Povera stabilita da un altro medico
  • Un giorno in base ad un regolamento Il funzionario preposto stabilisce che venga eseguita l’iniezione letale
  • Infermiere incaricato esegue iniezione
  • L’infermiera del turno di eccessivo constata il decesso e lo comunica al medico
  • Una commissione prende atto della morte del paziente ed Invia alla famiglia il referto: morto per polmonite

Giova qui ricordare che questa, molto approssimativamente, poteva essere la procedura tramite la quale sono stati uccisi oltre 70.000 tedeschi ritenuti vite indegne di essere vissute.  Subito dopo sono arrivati i campi di concentramento per gli ebrei.

Chi possiamo incolpare in questa storia per la morte del “paziente”? Di certo non il primo medico che si è limitato, come stabilisce la legge, a rendere una perizia tecnica sullo stato di salute del paziente. Nemmeno il funzionario incaricato di stabilire quando una persona fosse da ricoverare può essere ritenuto l’omicida. Forse l’autista del pullman che ha trasportato in ospedale il “malato”? Neanche lui visto che sembrerebbe si sia limitato a svolgere il suo lavoro di guidatore. E nemmeno i medici e gli infermieri che hanno seguito il caso durante il ricovero sono coloro che hanno provocato la morte del paziente. Verrebbe da far ricadere la colpa sul funzionario che ha dato ordine di procedere con l’iniezione letale ma questo si è solamente limitato ad agire in ossequio ad un regolamento deciso da altri, si è limitato a rispettare la legge. Allora tutta la colpa per la morte del paziente deve per forza di cose ricadere sull’infermiere che ha eseguito l’iniezione. Anche in questo caso però, come in quello della commissione che successivamente fornisce alla famiglia una cartella clinica falsa, si è trattato di eseguire gli ordini e rispettare la norma. Non farlo avrebbe avuto conseguenze anche molto gravi.

Da quanto detto finora si possono ricavare le seguenti valutazioni:

  • Nessuno si sente responsabile per la morte della persona uccisa. La responsabilità viene regolarmente scaricata su altre persone, sui regolamenti e la legge. Chi esegue iniezione non si sente responsabile perché obbedisce alla legge. I medici e gli infermieri in cuor loro non vorrebbero che il paziente muoia, ma un regolamento prevede che questi si trovi lì, senza contare che in fondo la colpa è dell’autista che l’ha portato in ospedale. Il primo medico infine si considera il più lontano possibile dell’evento della morte causata al paziente, tanto più che si è solo limitato ad un atto tecnico come la perizia. Appare però evidente che ruolo di ognuno è stato fondamentale.
  • Tutti si sentono fortemente contrari al concetto di vita non degna di essere vissuta ed all’omicidio di queste persone. Però ognuno si rende conto che se non ci fosse lui in quel posto, la sua funzione verrebbe comunque svolta da altri. L’autista ha una famiglia da mantenere e sa benissimo che in Germania ci sono decine di migliaia di persone pronte a prendere il suo posto. Medici ed infermieri temono di essere trasferiti sul fronte e sostituiti con altro personale più disponibile quindi non osano opporsi al meccanismo
  • Tutti quanti quelli che sono coinvolti in questa procedura sono persone normalissime. Hanno una famiglia, una vita sociale, una casa ed ovviamente il loro lavoro. Nessuno presenta tratti tipici di mostri sanguinari, serial killer o omicida di massa. Tutta gente normale come me e te che stai leggendo.

Gli stessi ragionamenti dei singoli si ripetono con le unioni civili (il paragone è evidentemente forte e di questo mi compiaccio). Ed è desolante il fatto che su più di 8000 comuni italiani si contano sulle dita di una mano i casi in cui un sindaco abbia detto qualcosa contro le unioni civili e si sia effettivamente opposto, ne’ mi risultano casi in cui si sia giunti a conseguenze giudiziarie. Anche qui persone che per ragioni ideali sono o avrebbero dovuto essere contro le unioni civili, nella pratica hanno fatto riferimento all’obbligo di applicare la legge o nei casi peggiori hanno delegato qualche consigliere o funzionario comunale. Il trionfo della burocrazia che come una qualunque droga aiuta a sciogliere i dilemmi morali scaricando la responsabilità tramite una pratica firmata dagli uffici giusti. Se è possibile delegare la coscienza ad una procedura e dichiarare il falso, che due persone dello stesso sesso possano considerarsi sposate grazie ad un atto in comune, a maggior ragione diventa credibile quello che è accaduto con il programma Aktion T4. Si può ben dire che il limite è la fantasia. 

Lungi dal pensare che questa burocratizzazione delle anime sia un fatto del passato, non attuale e comunque riservato a questioni alte ed astratte, faccio alcuni riferimenti alla nostra vita quotidiana. Il diritto-dovere alla privacy ci impone decine di firme quotidiane su pile di fogli che neanche leggiamo, per ogni contratto che firmiamo ci sono altri dieci moduli di scarico di responsabilità e perfino firmare il contratto del cellulare diventa un problema perchè si rischia di vendere la propria anima alla compagnia telefonica. Per non parlare della politica dove c’è sempre qualche legge dell’Unione Europea a cui assegnare la colpa per le scelte del Governo, una commissione composta da ignoti che ha deciso, i mercati che ce lo chiedono. Nessuno ha mai responsabilità ma c’è sempre qualcuno su cui fare lo scaricabarile in maniera legittima, morale e legale perchè una norma la consente.

Ma l’apoteosi si è raggiunta solo negli ultimi anni dove l’atto di un giudice, come accaduto in Inghilterra e in altri Stati, può stabilire seun essere umano ha diritto o meno di vivere ed essere curato oppure in tutte quelle leggi che permettono di certificare il falso, l’impossibile, dichiarando che un bambino è figlio di due persone dello stesso sesso.

Se questo è il contesto, bisogna riconoscere che le SiP hanno il grande merito di aver riportato in auge la responsabilità personale. Le SiP hanno rotto lo schema associativo cattolico classico, pro-famiglia e pro-vita in cui c’è qualcuno dall’alto che detta l’agenda, in cui l’associazione stabilisce e gli aderenti eseguono. Nessun leader illuminato (ma più frequentemente nominato) da cui prendere ordini ed indicazioni. Questa sana anarchia in cui è la base, i singoli a dettare l’agenda, nonostante e spesso contro le gerarchie. Sono passati i tempi di (San) Camillo Ruini che, pur con tutti i limiti pratici del caso, riusciva a guidare il popolo nella direzione giusta della storia. Tramontata l’epoca di Giovanni Paolo II che riusciva ad infiammare i cuori, di Benedetto XVI che metteva in moto la ragione in direzione del cielo. La situazione attuale è tragicamente sotto gli occhi di tutti. E se i pastori non guidano il gregge, che sia il gregge a guidarsi da solo. Fare di necessità virtù, almeno finchè sarà possibile. (d’altra ho la certezza che il gregge abbia imparato qualcosa dopo GPII e BXVI: per un po’ dovremmo riuscire a tirare avanti).

E con un briciolo di orgoglio devo dire che le SiP hanno il grande merito di aver finalmente risposto alla domanda che Mario Palmaro fece anni fa in una lettera alla Nuova Bussola Quotidiana:

“che cosa deve ancora accadere in questa Chiesa perché i cattolici si alzino, una buona volta, in piedi. Si alzino in piedi e si mettano a gridare dai tetti tutta la loro indignazione. Attenzione: io mi rivolgo ai singoli cattolici. Non alle associazioni, alle conventicole, ai movimenti, alle sette che da anni stanno cercando di amministrare conto terzi i cervelli dei fedeli, dettando la linea agli adepti. Che mi sembrano messi tutti sotto tutela come dei minus habens, eterodiretti da figure più o meno carismatiche e più o meno affidabili. No, no: qui io faccio appello alle coscienze dei singoli, al loro cuore, alla loro fede, alla loro virilità. Prima che sia troppo tardi.” (Mario Palmaro in https://lanuovabq.it/it/il-fumo-di-satana-nella-chiesa)

Questo indiscutibile merito delle Sentinelle in Piedi e tanto più chiaro quanto più si osserva come l’uomo moderno è sempre e solo impegnato a difendere la propria reputazione, ovvero quello che gli altri pensano, e sempre meno il proprio onore ossia l’esercizio reale delle virtù. Mettendoci la faccia in piazza, ma poi anche sul lavoro e con amici e conoscenti, chi partecipa alle veglie diventa un campione di fede che diventa cultura, di amicizia che diventa opera, di virtù che mira alla santità.

Come conseguenza di questo atteggiamento di vita, la responsabilità personale diventa un bene comune, qualcosa di cui tutti godono e da cui tutti traggono beneficio. Che merito c’è ad eseguire gli ordini di qualcun altro? Chi può vantarsi di essere schiavo? Ecco che l’assunzione di responsabilità personale diventa garanzia e baluardo di libertà per tutti

In questo il piccolo gregge delle SiP può svolgere un’azione pedagogica indispensabile per tutto l’Occidente:

“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà”.
(O. Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”)

Libertà

Libertà ed uguaglianza sono inconciliabili. L’uguaglianza ha come frutto la violenza. La libertà è il prerequisito per la ricerca della felicità.

Anche qui occorre mettere i puntini sulle i, soprattutto per gli sciocchi travisatori che per sbaglio leggeranno questo testo. Quando parlo di uguaglianza mi riferisco alla visione espressa dalla Boldrini ed i suoi compagni di ideologia. Il tentativo vano di rendere uguale tutto, appiattire e negare le differenze e tentare di assimilare quello che simile non è. Spero che la cosa sia abbastanza chiara così.

Le SiP si sono sempre schierate dalla parte della libertà ed infatti hanno sempre avuto come avversari i sostenitori dell’uguaglianza. Basti guardare gli schieramenti in piazza: da un lato i veglianti a difesa della libertà di espressione, dei bambini, della famiglia e della vita. Dall’altro i centri sociali, le associazioni LGBT e progressisti vari. Non voglio fare una discussione filosofica su libertà ed uguaglianza perchè da rozzo contadino culturale quale sono e mi considero, mi basta guardare fuori dalla finestra per vedere infiniti esempi di come, per citare un esempio, le lobby LGBT minacciano la libertà:

(Mi fermo qui perchè chi avesse voglia di essere convinto ulteriormente può usare la funzione di ricerca sul sito della Nuova Bussola Quotidiana e gli altri siti amici).

Insomma mi pare abbastanza chiaro che, come ogni ideologia che faccia il suo lavoro, anche quella LGBT (il discorso vale in generale anche riguardo all’aborto, al diritto di famiglia, all’eutanasia ecc), è totalitaria. D’altra parte risulta più che ovvio e ragionevole che nel momento in cui si tenta di cambiare la realtà per legge, di dichiarare che due persone dello stesso sesso possono considerarsi genitori o congiungersi in matrimonio, l’unico metodo utilizzabile è quello della violenza. Prima culturale, poi sulle cose ed infine sulle persone.

Anche qui le SiP meriterebbero un premio per essersi messe in mezzo a questo ennesimo tentativo di totalitarismo che la storia ci offre. Spesso perchè non nascano le dittature, anche quelle democratiche, basta che qualcuno si alzi in piedi e dica NO. La libertà si impone sempre da sola, prima o poi. Ma la menzogna fa danni enormi, spesso con conseguenze che si ripercuotono per i secoli. 

E se le idee vivono molto di più degli uomini che le portano al mondo, allora le SiP hanno seminato un seme di verità per i prossimi millenni. La storia la fanno gli uomini e l’opposizione prima alla legge Scalfarotto e poi alle successive minacce alla libertà di tutti è un merito di cui anzitutto i veglianti e poi le future generazioni godranno i frutti. 

Testimonianza pubblica

Le SiP hanno respinto l’ennesimo tentativo di chiudere nelle sacrestie i cattolici e le istanze di cui sono portatori nella società. Hanno respinto il tentativo di mondanizzare per l’ennesima volta la Chiesa, la quale va bene a tutti quando si occupa dei poveri e dei migranti (o della plastica) ma non quando dice la sua sul diritto alla vita, sulla famiglia ecc. Insomma le SiP hanno affermato quello che la tradizione ha sempre detto, la verità senza se e senza ma, tutta intera.

Ma se c’è qualcosa di veramente unico ed eccezionale, dal punto di vista dei cattolici, è stato il  riappropriarsi degli spazi pubblici. Smessi i panni della Chiesa-ONG, ecco che alcuni hanno deciso di andare in piazza, davanti al mondo intero, a dare la testimonianza di verità cui ogni battezzato è chiamato. L’eccezionalità di questo avvenimento è tale per varie ragioni:

  • Le veglie sono organizzate dalla cosiddetta base, senza l’appoggio e spesso con la contrapposizione delle gerarchie (ecclesiastiche e politiche)
  • Le veglie non sono organizzate da professionisti della manifestazione pubblica o organizzatori seriali di eventi, ma da persone normali che nella vita tutto avrebbero immaginato di fare salvo che passare il proprio tempo in Questura a fare comunicazioni ed a litigare con la Digos per la piazza quasi che fosse un privilegio manifestare pubblicamente. Chi ha provato sa cosa intendo.
  • Quella della veglia è una presenza originale, autentica ed integrale. Originale perché va oltre l’abituale organizzare conferenze da seghe mentali e partecipate sempre solo da quelli del solito giro. Autentica perché non stimolata da altro che dal desiderio di dare testimonianza. Integrale perché rompe, almeno per una volta, il rito di dove con la scusa del male minore sono i cattolici a fare gli sconti sulla verità, sperando di ridurre il danno (ma questo non avviene mai). (Vedi conferenza stampa in cui Bassetti propone modifiche alla legge sul suicidio assistito invece di testimoniare quella cosa strana chiamata Vangelo https://www.lastampa.it/vatican-insider-it/2019/09/11/news/suicidio-assistito-bassetti-il-parlamento-legiferi-prima-della-consulta-1.37444302?refresh_ce)
  • Infine quella delle SiP è un’esperienza pura perché non contaminata da ideologie, ne’ progressista ne’ conservatrice. Questo è vero anzitutto perché le SiP sono un rapporto tra persone: sfido chiunque a definire se una relazione o un’amicizia è di centro-destra, sinistra o altro. In secondo luogo perché le verità affermate sono di natura: ne più ne meno quelle che la tradizione ed il Catechismo hanno sempre insegnato. Senza modifiche, aggiunte o sottrazioni, senza sistemazioni per compiacere o convivere con il partner politico del momento. Nessuna concessione perché con il male (minore) non si tratta.

Cercare Dio in ogni cosa

Le SiP costituiscono una forma di presenza pubblica di uomini che cercano Dio in ogni cosa. La versione 2.0 del monachesimo medievale. Non un progetto politico da portare avanti (e su questo infinite volte abbiamo dovuto ribadire il concetto e sempre siamo stati fraintesi), neanche in via eventuale. È vero che l’azione delle SiP ha delle conseguenze politiche, come è vero che i monaci benedettini dei medioevo hanno ricostruito l’Europa. Ma ne’ i monaci ne’ le SiP hanno come obiettivo la ricerca di un risultato politico o sociale. Come si concretizza questa ricerca di Dio in ogni cosa nelle SiP:

  • La vita insieme, benchè non nella stessa maniera del monachesimo, è una delle caratteristiche fondamentali ed irrinunciabili delle SiP. Banalmente la condivisione di un giudizio sui fatti, sulla cronaca e sulla vita. Il reciproco guardarsi le spalle di fronte alla tentazione di mollare. Il camminare al passo del più lento, non rallentando il gruppo ma aiutandolo ad arrivare a destinazione insieme agli altri. 
  • La salvezza delle anime degli altri come obiettivo delle SiP. Non siamo insieme per un progetto politico, non per difendere la libertà, non per promuovere l’autonomia e la presa di responsabilità personale, non per difendere la vita e la famiglia. Siamo insieme perchè teniamo gli uni agli altri: e cosa c’è di più definitivo che occuparsi della salvezza eterna di chi mi viene messo vicino?
  • Tenersi desti di fronte al male che avanza. Quando ho condiviso l’articolo della NBQ (vedi sopra) della proposta di legge Zan (Scalfarotto bis) sono rimasto un po’ affranto dalla carenza numerica di risposte e soprattutto dalle reazioni fievoli se non assenti. Le SiP invece servono proprio a questo: ad aiutarci a vicenda a non abbassare mai la guardia, a non abituarci al male.
  • Mantenere viva la speranza di fronte al Potere che vorrebbe farci credere che ormai abbiamo perso, che non vale la pena combattere. Già è stato detto in alcuni discorsi di piazza ma repetita iuvant. Non abbiamo ricevuto mandato di ottenere risultati. NS Signore ci manda ad annunciare il Vangelo ma non ci assegna la responsabilità della risposta altrui (“uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi”, Mt 10,14). Quindi di certo non abbiamo il diritto di perdere la speranza. Essere insieme aiuta le SiP a confermarci nella certezza della vittoria, ma soprattutto del cammino.
  • Il silenzio delle SiP in piazza non è altro che l’ennesima conferma di quanto siamo debitori al monachesimo medievale. Perchè nel silenzio si parla con Dio, nel silenzio emergono i veri bisogni dell’anima, nel silenzio si capisce di cosa e per cosa siamo fatti. Questa modalità di veglia diventa la modalità di vita che ricorda ogni giorno che desideriamo l’eterno e per questo siamo fatti. Ciò che vale davanti alla morte vale anche durante la vita. 

L’amore come criterio

Quello di cui mi appresto a parlare è di importanza tale da oscurare tutte le altre argomentazioni: le SiP hanno riportato al centro l’amore

Amore come sguardo tra i veglianti ma anche nei confronti di chi contesta le veglie. Per questo  diciamo che siamo in piazza anche per chi ci contesta, non reagiamo le provocazioni, non cerchiamo le attenzioni dei media.

Amore come criterio di giudizio: quello delle SiP è l’amore che si interessa alle persone in quanto tali, ovvero che desidera la loro felicità. E che per questo prescinde dai desideri ma non dalle ferite, che passa oltre le ideologie ma non sulle persone, che riconosce la libertà di chiunque, non come possibilità di fare qualunque cosa ma di perseguire il bene.

Per chiarire meglio il concetto è utile indicare le differenze di approccio rispetto ad altri. In questo faccio riferimento a quello che ho visto in piazza, nelle discussioni ed in generale nella mia esperienza. Da un lato lo pseudoamore progressista che chiama se stesso tolleranza e che significa indifferenza nei confronti del destino altrui, che offre a tutti la libertà come un coltello che viene tenuto dalla parte del manico.

Dall’altro l’amore idrologico e conservatore che vuole difendere la famiglia come concetto astratto, magari in virtù di una tradizione che diventa solo una base ideologica da cui partire per combattere l’avversario (fuori dai denti è per questo che non mi sono mai trovato a mio agio con Forza Nuova e dintorni).

Rottura degli schemi

Infine per dare sfogo alla mia sete di anarchia e rottura degli schemi, devo citare in modo sparso alcune questioni che hanno sempre stupito chi ha avvicinato le SiP.

Anzitutto il rapporto con i media, con i giornalisti. Fosse stato per me non avrei mai nemmeno fatto un comunicato stampa, ma per fortuna non decido io. Ciò detto risulta stupefacente il totale disinteresse delle SiP per la ricerca di attenzioni da parte dei giornali e delle tv. Con orgoglio posso dire che è stata una scelta giusta rifiutare i vari inviti delle tv nazionali, dei megablog e dei giornali che piacciono alla gente che piace. Non soltanto perché si tratta di situazioni confezionate su misura per fregare chi si oppone al pensiero unico, ma anche perché non è quella la missione delle SiP, non è così che si riesce a dare testimonianza della verità. 

Ulteriore scandalo è stato il rompere il malinteso per cui lo scopo dei cattolici nella società e poi in politica sia quello di ottenere risultati concreti, di fare una battaglia con un fine che sia quello di cambiare la società, come un progetto politico qualunque ma con l’aggravante della giustificazione morale del male minore, che alla fine conduce ed ha condotto solamente ad essere conniventi e collaborativi con il male. La presenza delle SiP riflette quella dei cattolici, il cui unico scopo, il mandato divino, è quello della testimonianza. Non siamo chiamati a portare a casa risultati ma a testimoniare la verità. Non siamo chiamati a partecipare alla politica per ottenere delle leggi che rispecchiano quello in cui crediamo ma a testimoniare la verità. In questo le SiP sono di esempio perché totalmente libere dall’esito, prive di ogni scopo pratico riescono ad esprimere con la massima purezza che si può testimoniare la verità tutta intera e senza ma senza l’obbligo di perseguire immediati risultati pratici. Concetto espresso dal Card. Sarah quando scrive:

“…la vostra missione non consiste nel salvare un mondo che muore. La vostra missione consiste nel vivere fedelmente e senza compromesso la fede che avete ricevuto da Cristo.” (Card R. Sarah in http://www.libertaepersona.org/wordpress/2019/10/card-sarah-la-missione-dei-cristiani-consiste-nel-vivere-fedelmente-e-senza-compromesso-la-fede-che-hanno-ricevuto-da-cristo/)

Conclusione

Quello della sentinella è il ruolo più scomodo è complicato che esista. Una vita fatta di solitudine sulla torre più alta, obbligo di rimanere sempre svegli ed allerta, enorme responsabilità di avvistare per prima i nemici. In aggiunta è un compito ingrato perché nel mondo reale e non simbolico in cui viviamo, avvisare gli altri del pericolo che incombe, avvistare il nemico e dare l’allarme, dire la verità senza se e senza ma non procura vantaggi o amicizie. Come nel mito della caverna di Platone, chi tenta di comunicare la verità agli altri rischia personalmente, anche fino alla morte.

Ciò che va considerato e che nel periodo storico in cui viviamo, ma forse è sempre stato così, il mondo si divide in desti e dormienti (si sto leggendo libri di filosofia grega) dove questi ultimi rappresentano il 95% della popolazione. Non si tratta di una divisione nella quale gli svegli sono considerati alla stregua di illuminati, non è una specie di gnosi dov’è alcuni devono guidare tutti gli altri. La verità contiene l’obbligo e la necessità di essere comunicata. Però bisogna ammettere che la maggior parte delle persone si lascia vivere, si limita ad esistere senza rendersi conto di ciò che accade (si, c’è vita fuori da Netflix). In queste condizioni sembra che una vittoria sia impossibile. Ed effettivamente è umanamente impossibile.

La speranza che è anche una certezza è anzitutto nella verità che per sua natura tende ad imporsi. La menzogna non è destinata a durare nel tempo. La seconda certezza è che, se questa battaglia non è umanamente destinata alla vittoria, se guardiamo come è ragionevole fare in ottica escatologica, sappiamo che presto arriveranno i rinforzi. Abbiamo la certezza che la battaglia è già stata vinta e che quindi la vittoria è certa.

Nell’attesa occorre coltivare queste certezze, vivere l’amicizia tra di noi, non dare il minimo spazio alla disperazione che il Potere vorrebbe provocare in noi lasciandoci credere che è inutile combattere, continuare resistere anche con azioni che quotidianamente ci sembrano troppo piccole ed inefficaci. Non voglio interrompere il momento poetico ma mi piace fare notare che quando si cambia il pannolino ad un bambino, il mondo non se ne accorge, ma il bambino si. E poiché in questo paragone il mondo equivale al pannolino…ognuno faccia i suoi conti.

Politica e prepolitica (e parecchia altra roba)

Da convinto sostenitore del silenzio quale sono, faccio molta fatica a mettere per iscritto un giudizio come quello contenuto in questo articolo. Non per il giudizio in sè, ma perchè mi disturba occuparmi delle bassezze umane quando vorrei guardare solo alle cose alte. Ho il terrore di essere banale e di vivere una vita insulsa. La mediocrità alle persone mediocri. Joseph Antoine Touissant Dinouart disse che “È bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio” e dopo aver letto il libro La forza del silenzio del Card. Sarah, non trovo più nulla che valga tanto da poter essere oggetto di qualsivoglia trattazione. Un’ulteriore ragione per tacere è il triste spettacolo a cui da molti mesi sto, stiamo, assistendo. Un triste show che somiglia più ad una bega di paese o ad urla da mercato del pesce. Parlo ovviamente della lotta fratricida che si sta consumando nel nostro mondo piccolo che è quel piccolo fronte di catto-cattolici che ancora segue fedelmente la Chiesa ed il suo magistero millenario. Mi riferisco a quella piccola percentuale di credenti, piccola rispetto al totale dei credenti e microscopica rispetto alla popolazione italiana in generale, impegnata a vario titolo nella difesa dei principi non negoziabili.

Ciò che ha destato in me il bisogno di dire qualcosa, di rompere il prezioso silenzio a cui aspiro, di dare un giudizio pubblico su quello che stiamo vivendo, è stato l’ennesimo post su Facebook sul tema della politica che, come accade spesso, viene contrapposta alla cosiddetta prepolitica. Come se ciò non bastasse, questa rappresentazione vede tutta l’attività di testimonianza pubblica come subordinata alla politica, intesa in senso stretto come quella che si fa nei partiti. L’esito di qualsiasi azione della battaglia che stiamo combattendo, starebbe quindi nell’impegno politico in un partito. Ebbene dopo aver sentito ripetere questa posizione per l’ennesima volta, i nervi sono saltati e la mano è corsa alla tastiera. Continue…